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mercoledì 9 maggio 2007

Pensieri Notturni

Pensierinotturni

Una raccolta di pensieri e poesie di Marlene Dietrich curata dalla figlia, Maria Riva, che appartengono all’ultimo periodo della vita dell’attrice (scomparsa il 6 maggio 1992), ormai ritiratasi dalle scene.
Pare che Marlene soffrisse di insonnia e sublimasse le ore di veglia notturna scrivendo ricordi ed emozioni su un taccuino che teneva sempre vicino al letto per questa evenienza. Nel 2005 la figlia ha raccolto e pubblicato questi testi, editi in Italia da Frassinelli in un elegante volume che accompagna belle fotografie d’epoca agli scritti dell’attrice.
Si tratta di poesie e frammenti di ricordi riguardanti i personaggi del mondo del cinema, dell’arte o della storia che Marlene ha conosciuto: dal General e Patton a Erich Maria Remarque passando per Giacometti, da Charlie Chaplin a Joseph vonSternberg, da Jean Gabin a Orson Welles, solo per citare i piu’ celebri.
Un libro da comodino, da sfogliare e riprendere in mano piu’ volte, inedito sprazzo di luce sull’animo di una grande diva.

martedì 17 aprile 2007

Le streghe di Smirne

Lestreghedismirnejgp Che la cultura “di genere” sia esplosa non c’e’ dubbio: pare che le universita’ americane oltre ai corsi dedicati ai generi sessuali siano subissati da corsi che salvaguardano anche le minoranze, cosi’ si analizza la cultura femminile afroamericana, la gay amerindia e cosi’ via, in tutte le possibili combinazioni dei vari fattori; giustissimo per altro, dare valore a tutti i generi anche se io mi sono sempre sforzata di andare oltre, di parlare di persone, al dila’ del loro credo, sesso o razza, forse per ingenuita’ ma anche perche‘ ben conscia delle mie radici non sento nessuna urgenza di salvaguardarle, insomma credo che accanto al sacrosanto diritto di esprimere realta’ diverse, questa fioritura sia il risultato dell’appiattimento culturale per cui non si conoscono piu’ i dialetti e le tradizioni del passato, coniugato all’arroccarsi delle identita’ in seguito allo scontro di civilta’ che stiamo vivendo.
Tutto questo solo per dire che Le streghe di Smirne, romanzo d'esordio di Mara Meimaridi del 2001 sarebbe stato un romanzo intelligente, trascinante anche se scritto 15 anni fa, quando la critica lo avrebbe definito solo una gustosa epopea, sottolineandone gli aspetti fantastici legati alla magia e alla “reincarnazione”.
Protagonista del romanzo sono Katina e sua madre Eftalia scappate dalla Cappadocia e approdate nei quartieri piu’ poveri della cosmopolita Smirne. Anche se Katina non e’ esattamente una bellezza, arrivera’ ai vertici del bel mondo smirniota grazie a diversi matrimoni contratti coi piu’ bei partiti della citta’, conquistati tramite fatture ed incantesimi, perche’ Eftalia e Katina sono streghe che a Smirne trovano la protezione di Attarte, maga sopraffina e figura misterica che prende le due donne sotto la sua ala protettrice sviluppandone ulteriormente i poteri magici.
La storia e’ ambientata a cavallo del XIX e del XX secolo quando la citta’ era un centro culturale vivace e cosmopolita, fino al 1920 quando passa sotto il dominio greco, due anni dopo i turchi ne riprenderanno il possesso incendiando la citta’ che non tornera’ piu’ agli splendori precedenti; il nuovo governo turco costringera’ tutte le persone di nazionalita’ greca a lasciare la citta’, Katina sara’ tra queste, ma grazie alle doti di preveggenza riuscita’ a mettere in salvo il patrimonio dei Karamànos.
Romanzo fiume trascinante, che si perde in mille rivoli raccontando le vicissitudini di tutta la cerchia di amiche (streghe a loro volta) delle due donne, pur riuscendo a tenere sempre a fuoco la storia di Katina e sua madre, Le streghe di Smirne racconta con leggera ironia (quanti malefici non vanno a buon fine o cadono sulla persona sbagliata!) un mondo femminile che in tempi di presunta sottomissione era in grado di prendersi gioco del maschio grazie a sotterfugi e intrighi esercitati con spregiudicatezza da ogni donna, musulmana o ortodossa, oppure colta occidentale in vacanza, che fosse.

giovedì 23 novembre 2006

Il profumo

Ilprofumo Il film me lo sono persa, ma la vox populi sosteneva che il libro fosse assai piu’ bello della pellicola e cosi’ ho letto questo acclamato romanzo e ovviamente non mi e’ piaciuto neanche un po’, mi ha intrigato molto poco la storia di questo Grenouille nato senza odore ma con l’olfatto piu’ sviluppato al mondo (e gia’ questa compensazione nel medesimo campo mi soddisfa poco) poi non ho capito a che genere appartiene il romanzo e questo al limite e’ solo un buon romanzo di genere, non venitemi a dire che si tratta di letteratura d’autore!
Romanzo storico non mi pare: non c’e’ nessuna connotazione storica se non la descrizione delle puzze parigine, un horror, un giallo? non fa mai paura non c’e mai suspance, il personaggio e’ odioso e repellente fin dall’inizio, non fa neppure pena la sua sorte scellerata di orfano e devo seguire per 259 pagine le sue pazzie riguardo la possibilita’ di generare il profumo perfetto che fa essere amati da tutti?
Che poi.
Ammettiamo che il profumo si sia potuto ottenere nel modo descritto, ma con poche gocce costui riesce a ipnotizzare una folla enorme e per giunta puzzolente di effluvi maleodoranti che avrebbero dovuto alterare la percezione olfattiva del prodigioso elisir almeno nelle ultime file?
Secondo me e’ una storia che non sta in piedi, per tacer dell’assurdo finale.

giovedì 26 ottobre 2006

Ragionevoli dubbi

Ragionevolidubbi Qualche dubbio (ragionevole o meno) ce l’ho a proposito del grande successo ottenuto da questo romanzo di Gianrico Carofiglio in cui non ho trovato niente piu’ che una piacevole lettura che pero’ mi ha lasciato molto poco.
Lo stile di scrittura, senza infamia e’ senza lode ha un taglio molto televisivo e presumo che molto presto vedremo un serial che narra le avventure dell’avvocato Guerrieri.
Riassumo lo scambio di battute tra l’avvocato e la segretaria che gli annuncia la visita della signora Kawabata, lui si fa ripetere il nome e nota acutamente che e’ un nome giapponese al che la segretaria risponde “Direi di si’, anche lei sembra giapponese, del resto”. Su questo dialogo che apre il quarto capitolo, ho avuto un flash e ho rivisto la fiction di cui non ricordo il titolo in cui Fabrizio Frizzi faceva l’avvocato: secondo me quello scambio di battute in bocca Frizzi non sarebbe stato male.
Anche la storia mi ha un po’ delusa: sono un po’ stanca di eroi pseudo-disillusi, che trovano il coraggio di seguire fino in fondo la propria etica, in questo caso difendere una vecchia conoscenza del ’68 che, in quanto capetto di un gruppo fascista, aveva fatto pestare l’avvocato adolescente che girava con l’eskimo.
La vicenda alletta con possibili svolte che non si realizzano mai: la malavita organizzata viene vagheggiata ma non si presenta mai a chiedere il conto a chi gli sta pestando i piedi, Natsu Kawabata ha l’allure della dark lady e un minimo di dubbio che sia meno pulita di quel che voglia apparire me lo conservo, in quanto all’amareggiato e disilluso Guido Guerrieri mi pare che si prenda la rivincita migliore su chi l’aveva fatto pestare in gioventu’, pur facendo trionfare la giustizia.
Ma l’apoteosi arriva all’ultimo capitolo dove gia’ dalle prime righe si capisce gia’ dove si andra’ a parare: una rivisitazione letteraria della conclusione di Casablanca con citazione dell’ultima famosa battuta del film , peccato che qui i due protagonisti fossero gia’ amici in precedenza e che il poliziotto avesse dato un contributo fondamentale alle indagini di Guerrieri.

mercoledì 21 dicembre 2005

Il codice Da Vinci

Poussin_1Il libro in se' non e' nulla di eccezionale, scritto in quello stile banale  in cui sono scritti tutti i best sellers degli ultimi anni. La storia e' troppo arzigogolata e con un finale ancor piu' conciliante, pero' fa specie come da subito i rimandi Sauniere, Saint-Sulpice, Poussin evochino un luogo importante per la mitologia templare e del Santo Graal che non viene mai nominato in tutto il volume, edificato su un parallelo della Linea della Rosa. E se il codice non fosse l'anagramma ma l'evoluzione della grafia, la medesima radice linguistica da cui derivano nomi e toponimi?

giovedì 24 novembre 2005

Suonala ancora

Il volume, uscito nel 1997 in Italia, lo si acquista per la curiosita’ verso l’autore Stephen Bogart, figlio di cotanti genitori, poi leggendo la quarta di copertina che riassume la trama si e’ ulteriormente intrigati dalla curiosita’, forse morbosa, di sapere se dietro la vicenda di quel R.J. Brooks detective, figlio di una bellissima diva di Hollywood troppo presa dalla sua carriera si nasconda qualcosa del vero rapporto figliale che l’autore ha con la celebre madre, Lauren Bacall.
Di certo anche Bogart jr. ci marcia intitolando il romanzo Suonala ancora battuta che solo a forza puo’ essere ritenuta valida per raccontare le gesta di un serial killer.
Il romanzo in se’ e’ piuttosto banale con la classica divisione tra la narrazione delle (dis)avventure del detective che non si esime dall’innamorarsi di una energica e bella donna con la quale si produce in strepitose (???) performance sessuali e il racconto in prima persona dei propositi malati del serial killer.
Sam stavolta poteva star fermo un giro.

mercoledì 31 agosto 2005

Kill?

Il romanzo di Roberto Vacca, acquistato dopo aver letto la segnalazione di KinemaZone e divorato in una notte, racconta le disavventure di Giacomo Elliot, promotore finanziaro che del tutto accidentalmente sventa un attentato a Silvio Berlusconi. L’uomo fatichera’ non poco a liberarsi dagli assidui tentativi di ringraziamento del premier e dei propositi di vendetta dei terroristi.
Vacca riporta in auge un genere ormai comparso, quello del panphlet: dietro la storia narrata con uno stile asciutto e secco, si nasconde un’ analisi dolorosa del nostro paese, rovinato dall’approsimazione e dalla presunzione di un potere che non riesce a guardare piu’ in la del proprio naso e del proprio interesse.
La piena proprieta’ linguistica di Vacca (non solo dell’italiano, ma anche dell’ingese, dello spagnolo e del latino) sottolinea anche l’approsimazione culturale e linguistica di una nazione che vorrebbe stare tra le piu’ grandi potenze del mondo: imperdibile il brano della correzione via telefono del linguaggio manageriale.
Il giudizio su Berlusconi e’ lapidario e raccapricciante, dubito che il Cavaliere o chi per lui l’abbia capito...

lunedì 9 maggio 2005

La donna fantasma

In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sullo schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.

Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.

sabato 2 aprile 2005

Della Morte

Non condivido assolutamente le idee espresse da Goffredo Fofi nell’articolo Darwinismo scientifico& darwinismo sociale per la sua rubrica gOff gOff su FilmTV.
Il giornalista vede nella produzione dei film made in Usa una propaganda del potere ideologico di quella nazione, se cio’ e’ vero per Hostage, l’ultimo film di Bruce Willis che viene presentato con lo slogan “quante persone saresti disposto ad eliminare per salvare la tua famiglia?” chiara metafora di un paese che attua una guerra preventiva perche’ si sente minacciato, questo non e’ piu’ vero per gli altri film presi in analisi. Fofi si dimostra preoccupato dal fatto che i vincitori dei Leoni a Venezia e gli Oscar siano film che in qualche modo esaltano l’aborto e l’eutanasia: i film in questione sono tre: Il Segreto di Vera Drake di Mike Leigh, Mare dentro di Alejandro Amenábar e Million Dollar Baby di Clint Eastwood: la distanza con il film interpretato da Bruce Willis e’ lampante: quest’ultimo e’ un film di propaganda e di cassetta mentre gli altri tre sono opere di Autori, due dei quali neppure americani, per cui non regge l’ipotesi del loro asservimento all’ideologia d’oltreoceano.
Cito un passo di Fofi che dice “Forse si vuole preparare gli spettatori e il mondo all’idea dell’eliminazione dei deboli, in conseguenza della Lotta per la Vita tra individui, ceti, popoli e stati e infine delle scelte dei Governi Forti a danno delle popolazioni piu’ deboli, la parte piu’ indifesa e “inutile”, i vecchi se non ricchi, i poveri i poverissimi, i malati, i diversi, certi immigrati - come nei sogni e nelle pratiche hitleriani e staliniani?” Secondo l’autore sarebbe proprio il film di Clint Eastwood che meglio interpreta questa idea, ovviamente dissento su tutta la linea: leggo il film in chiave totalmente diversa. Come tutti ho ripensato alla pellicola eastmaniana in rapporto al drammatico caso di Terry Schiavo e il mio essere a favore al distacco della spina trova ulteriore ragione proprio in una scena del film che alla luce di questi terribili momenti acquista un valore totalmente differente: la scena in cui Meggy si porta a casa l’avanzo di cotoletta dal ristorante dove lavora, a caldo pareva una pennellata di realismo forse un po’ pietista, riletta oggi credo acquisti un valore totalmente diverso: e’ forse giusto che una persona sana, con del talento, in una nazione ricca come quella americana (tacciamo del continente africano) sia costretta a patire la fame, mentre una persona che ha la possibilita’ di pagare regolarmente l’assicurazione (ricordiamocelo questo!) puo’ essere mantenuta in vita (o meglio in una parvenza di vita) a tempo indeterminato?
Fermo restando che sono pratiche crudeli entrambe, preferiamo la selezione naturale che ha mandato avanti questo mondo per millenni o la selezione tecnologica, quella si’ riservata a un ristretto numero di persone economicamente fortunate?
Se c’e’ un interesse da parte grandi autori verso temi cosi’ scottanti non credo nasca da un risorgere di pratiche hitleriane, ma dal disagio di dover vivere in una societa’ resa schizofrenica dalla scienza che ti salva dalla morte in uno sfoggio di onnipotenza (rianimare Terry Schiavo dopo otto minuti fu sicuramente un azzardo) e poi non osa darti la morte nascondendosi dietro un patetico buonismo (era lecito staccare la spina a Terry, ma benche’ voglio credere che non abbia sofferto e’ stato crudele lasciar morire una persona di fame e di sete, tragicamente beffardo se si pensa che il dramma di questa donna nasce da un rapporto conflittuale col cibo che l’aveva portata alla bulimia).
Di quanto sia difficile il rapporto della societa’ occidentale con la morte lo sta dimostrando l’agonia del Papa: tutti scandalizzati che un vecchio malato faccia mostra del proprio scempio sui mass media, gridiamo al rispetto e al diritto al riserbo della malattia, salvo poi inscenare ieri il piu’ grande reality show mai realizzato in attesa che “il nominato” lasciasse questo mondo. Ci sono state le clip che ricordavano i momenti salienti, i pianti, le interviste, i commentatori, anche di rilievo in una puntata interessante di Ottoemezzo dove si e’ affermato che quello dei media e’ ormai l’ambiente in cui viviamo, frase smentita da questa imbarazzante mattinata con un uomo che si prende il suo tempo per morire infischiandosene dei ritmi televisivi e riportando tutto ad una dimensione piu’ umana. Personalmente spesso non ho condiviso le scelte di questo pontefice ma devo dire che dalla compassione che ho provato per lui in questi ultimi tempi sono passata a una chiara ammirazione per la capacita’ di prendersi gioco di questa “eta’ dei salumi” come l’ha chiamata Blob giovedi’ sera e come dimostra la foto scelta da EmanuelaZini per illustrare un post dedicato a La fattoria: vogliamo guardare tutte le dinamiche umane dal buco della serratura? ..liti, amori, sesso (qualcuno ha visto l’inutile pezzo di Greg e Lillo sulla politica ambientato su un set pornografico trasmesso da Le Jene giovedi’ sera?) bene, guardiamo anche la fatica della malattia e del dolore e il tempo che ci vuole a morire, tanto e’ gia’ prossimo alla partenza un reality che mostrera’ la decomposizione di un cadavere.. enjoy it!

martedì 26 ottobre 2004

Lulu' a Hollywood

Il libro di Louise Brooks, edito da Ubulibri, non e’ tanto un’autobiografia della famosa interprete della Lulu’ di Pabst, piuttosto una raccolta di suoi acuti scritti sulla Hollywood dei ruggenti anni '20 che esce da queste pagine vivida nella sua follia, ben diversa da quella odierna, cosi’ patinata ed apparentemente perfetta.
Le note autobiografiche, come ho detto sono pochissime: la Brooks si limita a raccontare della sua famiglia un po’ sui generis e dei suoi esordi come ballerina, sua carriera principale che da ragazza di Ziegfeld la mettera’ a contatto con il mondo del cinema. La sua carriera si interrompera’ bruscamente a 32 anni perche’ Louise Brooks e’ un personaggio troppo scomodo che non sa tacere la verita’.

Tra i capitoli del libro che piu’ mi hanno colpito ci sono quello dedicato a Pepi Lederer, nipote dell’attrice Marion Davies, l’amante di William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata ispiratore del Citizen Kane  di Orson Welles: non si puo’ non pensare a Quarto Potere leggendo la storia di questa donna, cara amica della Brooks, morta suicida nel 1935 che spende tutta la sua giovane vita al seguito della corte di Hearst, tra gli appartamenti lussuosi di New York, i viaggi in Europa e l’immenso ranch di San Simeon.

Altro capitolo estremamente interessante e’ quello dedicato a Lilian Gish e a Greta Garbo, sul loro avvicendarsi come regine di Hollywood. Quando nel 1925 Wall Street mette le mani sugli Studios e cade la censura cinematografica in molti stati americani, si punta su una nuova immagine piu’ sensuale del femminino, Lilian Gish, candida protagonista dei film di Griffith , ma star molto amata viene portata a lasciare la MGM facendole girare volutamente, delle pellicole che non incassano, e viene dimenticata tanto che gia’ nel 1926, quando l’attrice gira Il Vento per Sjostrom a Hollywood il film passa sotto silenzio e Louise Brooks sostiene di averlo visto solo una trentina d’anni dopo. Nel frattempo sale alla ribalta con il film Il Torrente, la stella di Greta Garbo il cui fascino e’ sicuramente e’ molto piu’  torbido e sensuale di quello della Gish.

Ovviamente il libro non puo’ non dedicare una sezione a Lulu’, il film che ha reso immortale l’attrice americana, che preferisce raccontarci i suoi screzi con gli altri protagonisti (non era ben vista in quanto una straniera che interpreta un personaggio tedesco, infatti esiste un film precedente interpretato da Asta Nielsen) e l’evoluzione del suo rapporto con il personaggio di Lulu: all’inizio il film non fu un gran successo ed essere identificati con una figura cosi’ scomoda, sarebbe stato difficile per chiunque, ma di certo meno per la tosta Louise Brooks.

luglio 2008

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