26 febbraio, ore 21
Splendore nell'erba
di Elia Kazan. Con Natalie Wood, Warren Beatty. USA 1961 - v. italiana (124’)
L'amore tra due liceali, contrastato dai genitori e dalla loro repressione sessuale, porta la protagonista, una splendida Natalie Wood, alla follia. Forse il melodramma più intenso sul primo amore che sia mai stato fatto, rappresenta il capolavoro creativo di Kazan, uno degli studi psicologici più riusciti del suo cinema, un atto d'accusa contro la morale conformista e uno straziante inno alla giovinezza perduta.
27 febbraio, ore 21
Lettera da una sconosciuta
di Max Ophüls. Con Joan Fontaine, Louis Jourdan. USA 1948 - v. o. con sottotitoli in italiano (90’)
La più bella storia d'amore impossibile mai raccontata da Hollywood, una passione mai ricambiata che consuma fino alla morte. Ophüls realizza il suo capolavoro romantico, uno dei più squisiti “film di donna” della storia del cinema, immerso in un clima magico e ossessivo.
28 febbraio, ore 21
Le onde del destino
di Lars von Trier. Con Emily Watson, Stellan Skarsgård. Danimarca 1996 - v. italiana (158’)
Film dell’amore totale, dell’abnegazione, della fiducia nei miracoli che talvolta si fanno carne e sangue in cambio di una vita nuova. Capolavoro di Lars Von Trier, Gran Premio a Cannes nel 1996 e vincitore di numerosi altri riconoscimenti, è una storia indimenticabile in cui la fragile Bess – una strepitosa Emily Watson - si erge a figura di grande, stupefacente bellezza.
1 marzo, ore 21
Anonimo veneziano
di Enrico Maria Salerno. Con Florinda Bolkan, Tony Musante. Italia 1970 - (94’)
Il lacerante addio di un musicista malato a sua moglie, ambientato in una Venezia indimenticabile e sognante, che fa da sfondo livido e decadente a questo incontro tra anime nude, dilaniate dalla paura e dal dolore.
5 marzo, ore 21
Il cucciolo
di Clarence Brown. Con Gregory Peck, Jane Wyman, Claude Jarman jr. USA 1946 - v. italiana (128’)
L’affetto di un bambino per un cerbiatto e il dolore del distacco fanno di questo classico hollywoodiano degli anni '40 un capolavoro perfetto, pieno di sentimentalismo, pur nella dura e faticosa realtà, che descrive una sorta di ritorno alle origini.
6 marzo, ore 21
Incompreso - Vita col figlio
di Luigi Comencini. Con Anthony Quayle, Stefano Colagrande. Italia 1966 (105’)
Uno dei film più emozionanti del nostro cinema descrive con immensa delicatezza l’infanzia, vittima dell’indifferenza o dell’egoismo degli adulti, nel rapporto difficile tra un padre chiuso e il figlio tutto slanci e intime, segrete sofferenze. Un grave affresco dei sentimenti, delicato e coinvolgente.
7 marzo, ore21
Volver - Tornare
di Pedro Almodóvar. Con Penelope Cruz, Carmen Maura. Spagna 2006 – v. italiana (120’)
Capolavoro tutto al femminile, magnifico e toccante, che esplora i temi dell'infanzia offesa, del desiderio crudele e delle pulsioni d'amore e di morte. Una storia magica di vivi e morti che convivono nella dimensione della memoria e degli affetti - tra Spagna arcana e melò classico - interpretata da attrici strepitose che ricordano Bette Davis, Anna Magnani, Sofia Loren anni Quaranta e Cinquanta.
8 marzo, ore 21
Marcellino pane e vino
di Ladislao Vajda. Con Pablito Calvo, Rafael Rivelles. Spagna, Italia 1955 – v. italiana (90’)
Ancor oggi rimane il film spagnolo di maggior successo nel mondo, solo in Italia commosse undici milioni di spettatori con la storia dell’orfanello di cinque anni che parlava con il crocifisso e gli dava da mangiare un po’ del suo pane e del vino dei frati presso cui viveva. Un classico del genere edificante commovente e coinvolgente.
13 marzo, ore 21
E le stelle stanno a guardare
di Carol Reed. Con Michael Redgrave, Margaret Lockwood. Gran Bretagna 1939 – v. italiana (110’)
La fame, la sofferenza, il diritto alla vita spingono un gruppo di minatori alla ribellione, alla violenza. Un capolavoro drammatico, aspro, robustamente delineato nelle psicologie dei personaggi, impregnato di succhi passionali che trascinano lo spettatore nel fondo di una miniera, tra l’ansia e la disperazione dell’attesa per la propria sorte.
14 marzo, ore 21
Da qui all'eternità
di Fred Zinnemann. Con Frank Sinatra, Deborah Kerr, Montgomery Clift, Burt Lancaster. USA 1953 – v. italiana (118’)
Capolavoro intenso e coinvolgente, ambientato in un accampamento militare poco prima dell'attacco di Pearl Harbor, racconta gli amori, le umiliazioni, le rivincite e i tradimenti di cinque personaggi, interpretati magistralmente da alcune delle star più famose di Hollywood dell’epoca. Premiato con otto premi Oscar, è senza dubbio il migliore melodramma di guerra.
15 marzo, ore 21
Uomini - Il mio corpo ti appartiene
di Fred Zinnemann. Con Marlon Brando, Everett Sloane, Teresa Wright. USA 1950 – v. italiana (85’)
Al suo primo film, Marlon Brando, si rivela già un attore straordinario, capace di trasmettere verità emotiva e autenticità al dramma di un soldato ferito in guerra, che attraversa le tappe della riabilitazione e del reinserimento nella vita civile. Fece sensazione all’epoca per la rappresentazione senza ipocrisie del problema sessuale.
Si ringraziano per la collaborazione: Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale, Fondazione Cineteca Italiana - Milano, Cineteca D. W. Griffith, Warner Bros. Entertainment Italia, Emme Cinematografica
INFORMAZIONI
Palazzo delle Esposizioni - Sala Cinema
ingresso scalinata di via Milano 9 A, Roma
biglietto: intero € 4,00 - ridotto € 3,00 - abbonamento alla rassegna € 20,00
Genova ha dedicato ad uno dei suoi pittori piu’ interessanti e poco noti una mostra deliziosa.
Valerio Castello, sicuro genio della pittura scomparso troppo presto, a soli 34 anni perche’ potesse affermare pienamente il suo talento.
Della maestria del Castello si avvede anche un profano nel confronto tra un opera del maestro di Castello e una stessa composizione dell’allievo: mentre l’opera del maestro e’ ancora composta in un rigore di linee e forme, la pittura di Valerio Castello esplode nella liberta’ della pennellata e della composizione, che ne fanno uno degli anticipatori del barocco settecentesco.
Pennellate libere che lasciano indefiniti i tratti dei personaggi secondari, fluidita’ nella composizione che da una grande idea di movimento, l’ultima sezione della mostra si intitola cupamente ratti e stragi perche’ le scene di massa che rappresentano il Ratto delle Sabine o di Proserpina e la Strage degli Innocenti sono molto congeniali allo stile del pittore; in una strage degli innocenti un soldato e’ talmente inebriato dalla furia degli omicidi che con la spada si fa volare via l’elmo.
Passionalita’ del movimento che emerge anche in altre opere dell’autore: le Madonne col bambino sono molto spesso sollecite verso il loro figliolo, si chinano sul Bambino con sorrisi e solerzia estremamente materna.
Il corpo parla anche nell’Adamo ed Eva dove pur rifacendosi a modelli classici come Van Dyck, Castello elimina gli animali con la loro simbologia medievale e tutto il valore simbolico della raccolta del frutto proibito e’ racchiuso nella posa sfrontata e maliziosa di Eva.
Il recupero della reggia di Venaria Reale e’ un’operazione ambiziosa e costosa e sicuramente molto complessa.
La mostra sui Savoia che testimonia lo stato del recupero non e’ del tutto soddisfacente: lasciano perplessi i giardini, forse per ignoranza della spettatore che, abituato ai parchi secolari delle altre regge, italiane e non, si aggira deluso e spaesato per le aree appena rimesse a nuovo, dalle fragili piantumazioni recenti (qualcuna gia’ seccata).
Per vistare le parti recuperate della regga, circa un chilometro e mezzo di cammino tra citroneria e piano nobile, bisogna preventivare piu' di un'ora (sotto il pungolo dei custodi): i materiali esposti per illustrare la storia di casa Savoia sono molteplici ed alcuni di sicuro pregio (Van Dyck, Reni e per le arti applicate regionali i nomi di tutto rispetto del Cignaroli e l’esimio ebanista Prinotto) ma l’esagerata sequela di opera non permette di godere di qualcosa in particolare, neppure degli allestimenti audiovisivi di Peter Greenaway che insieme a la corte di carta di Isabelle de Borchgrave sono rappresentazioni piu’ d’impatto rispetto alle quadrerie senza fine.
Tra gli allestimenti di Greenaway quello che mi e’ piaciuto di piu’ e’ quello che ripopola la cucina grande con il sempre bravo Giuseppe Battiston nei panni del capocuoco; in un altra sala sono riuscita a riconoscere Iaia Forte impersonare una delle figure femminili che vissero a corte, mentre mi e’ onestamente sfuggita la pettegola della Litizzetto.
Forse come cita l’introduzione del sito, sarebbe meglio sbrigare la visita con la corsa di 10 minuti ispirata a The dreamers di Bertolucci che si arresterebbe senza fiato davanti alla, questa si’ davvero meravigliosa e mozzafiato Galleria Grande.

Ancora pochi giorni per vedere la mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo su Werner Herzog nell’ambito delle celebrazioni torinesi
per i quarantacinque anni di carriera del regista tedesco.
L’evento e’ davvero accurato e approfondito, ad esempio le foto scattate sui set mostrano la fatica fisica che c’e’ dietro il lavoro del Maestro che infatti concepisce il suo cinema come un’attivita’ fisica e non un impegno intellettivo e come nella migliore tradizione atletica, nei film di Herzog prevale un sentimento di grazia e bellezza e si dimentica la fatica che sta dietro alle inquadrature.
Altrettanto interessanti i filmati che estrapolano le sequenze dei vari film che mettono in risalto alcune delle tematiche della teoretica herzoghiana introdotte da una frase del regista, i temi analizzati sono la fantascienza, il paesaggio, gli sguardi in camera che pur essendo considerati errori nella composizione cinematografica sono molto amati da Herzog, la catastrofe, l’estasi e il cammino dove c’e’ la magnifica sequenza di Nosferatu in cui Jonathan Harker cammina verso il castello del conte prima attraverso un sentiero che si snoda lungo un sereno paesaggio collinare, poi il percorso si fa via via piu’ accidentato ed oscuro ad introdurre la materia orrorifica del non morto.
Ci sono anche grandi foto degli allestimenti visionari che Herzog ha fatto per il teatro, quasi tutte opere wagneriane.
La maggior parte del materiale e’ composta da cortometraggi del regista (il primo western girato a 16 anni) o montaggi di interviste, documentari sulla sua vita (il piu’ visto e’ quello che filma Herzog mentre si mangia una scarpa per onorare una promessa), non possono certo mancare i 20 minuti di girato con Mick Jagger, prima scelta per interpretare Fitzcarraldo, la rockstar abbandono’ il progetto a causa dei numerosi ritardi di lavorazione e con tutta la simphaty for Jagger, meno male che e’ arrivato il pazzo e meraviglioso Kinski, ovviamente protagonista di gran parte dei documenti esposti, visto il suo rapporto privilegiato con il regista.
Segnali di vita e’ un evento da non perdere e non solo per gli appassionati di Herzog o di cinema, solo che bisogna diffidare dalla definizione dei comunicati stampa che spaccia l’evento come una semplice mostra fotografica e di videoistallazioni: io per videoistallazioni intendo il lavoro della giovane artista che ha creato dei bellissimi totem-mosaici con i paesaggi herzoghiani, non certo una dozzina di filmati dalla durata media di venti minuti, per vedere tutto approfonditamente sono da mettere in conto 3 o 4 ore, ma anche una visione piu’ rapida puo’ dare grande soddisfazione.
Mi scuso se non sono molto precisa nelle informazioni, vorrei citare il nome dell’artista ma siccome 7 minuti prima della chiusura della mostra il bookshop era gia’ stato completamente smontato e si era gia’ fatta la chiusura cassa, con mio rammarico non ho potuto comprare il catalogo.
Sono rimasta un po’ delusa dal decantatissimo one-(wo)man-show di Mariangela Melato, che ha inaugurato la stagione teatrale di Alessandria.
Che lei sia molto brava non si discute, e’ lo spettacolo che ho trovato un po’ altalenante: l’inizio e’ geniale con lo scioglilingua milanese “ti ca ta tac i tac, tacam i tac a mi. Mi tacat a ti i to tac? ma tacati ti i to tac, ti ca ta tac i tac” che si trasforma prima in un balletto di tiptap e poi di danza contemporanea ritmato da battiti di mani ed esclamazioni.
La parte sulla solitudine l’ho trovata invece banalotta: mi sono annoiata io a sentire la storia trita e ritrita che gli uomini non sono piu’ quelli di una volta, che si fanno le cerette ecc.. , figuriamoci i poveri spettatori di sesso maschile in sala!
Lo spettacolo mi ha davvero divertito quando la Melato ha raccontato alcuni episodi del suo passato: dalla Fedra coi calzerotti rossi alla pelliccetta di velluto imitazione astrakan: si sentiva la partecipazione dell’artista e la sua grande abilita’ di tenere in mano il pubblico interagendo con chi nelle prime file anticipava sulla pausa il proseguo dell’episodio.
Ho adorato il pezzo sul comunismo e quando si sono spente le luci in sala e tutti abbiamo fatto un lungo silenzio su richiesta dell’attrice, forse il momento piu’ sentito di tutto lo show.
Mi stavo, ahime’, annoiando durante il monologo sull’amore che trovato un po’ di maniera, davvero non riuscivo a partecipare emotivamente e la mia attenzione era concentrata sulla recitazione molto teatrale: pause ed toni ad effetto, quando la Melato con grande signorilita’ ha interrotto il pezzo per l’ennesimo squillo di cellulare che ha funestato lo spettacolo, confessando di aver perso la concentrazione.
Uno spettacolo sicuramente interessante e piacevole, che pero’ non osa quanto avrebbe potuto, forse per soddisfare il grosso pubblico e del resto la tournée di quest’anno ha sempre due date in ogni citta’ e l'altro ieri, alla seconda serata alessandrina, c’era il pienone.
Evento tra i piu’ pubblicizzati dell’estate, l’omaggio che il Principato di Monaco rende alla Principessa Grace nel venticinquesimo anniversario della sua scomparsa, pur sfiorando a tratti l’agiografia, si rivela particolarmente interessante per gli amanti della storia del cinema e del costume.
La mostra e’ divisa in sale tematiche che raccontano i vari capitoli dell’esistenza di Grace Kelly.
Sono rimasta particolarmente colpita dal primo, che ripercorre la sua infanzia nella ricca Fiiladelfia degli anni’30: e’ la sala dove maggiormente si respira un’atmofera e un’epoca, con il padre imprenditore e campione di cannottaggio, la madre ex modella e i figli inquadrati in una rigida disciplina sportiva, gia’ ripresi in tenera infanzia da cineprese a colori o mentre salgono sull’auto di famiglia guidata dall’autista di colore.
Si passa poi ad esaminare gli anni della giovinezza, con gli studi d’arte drammatica a New York , la vita in un esclusivo pensionato per signorine di buona famiglia, i contratti da modella per pagarsi gli studi e poi il debutto nel cinema, l’impressione e’ che Grace Kelly fosse gia’ una persona dalla vita dorata e perfetta a cui mancava giusto un titolo principesco.
La sua avventura cinematografica viene raccontata in due sale, la prima narra le sue esperienze che in breve tempo ne fecero una stella, portandola a vincere un oscar nel ‘54 per Una ragazza di campagna, nonostante i toni celebrativi che la proclamano una delle attrici piu’ lanciate del momento, bisogna ricordare che due suoi film erano remake: Alta societa’ e’ il rifacimento di Scandalo a Filadelfia e Mogambo quello di Lo schiaffo, degli altri suoi film, a parte Mezzogiorno di fuoco non e’ rimasta poi molta traccia, probabilmente Grace Kelly avrebbe potuto avere una carriera sfolgorante, ma per come sono andate le cose, oggi la la sua fama si basa quasi esclusivamente sulle pellicole di Hitchcock. Al maestro del brivido e’ dedicata un’intera sala molto ben allestita, in particolare mi e’ piaciuto l’angolo in cui e’ stata ricreata la finestra de La finestra sul cortile dietro alla quale diverse macchine fotografiche con maxiobbiettivo ospitano dei piccoli schermi dove scorrono immagini della lavorazione del film.
Segnalo che una didascalia sostiene “il rapporto figliale tra Hitch e la sua prima attrice”, vabbe’ non faro’ del morboso pettegolezzo.
Finita la parabola cinematografica e iniziata la fiaba principesca, l’interesse si sposta sul costume del XX secolo: ci si puo’ dilettare a leggere la disposizione dei posti assegnati alle varie teste incoronate e dei capi di stato durante la cerimonia religiosa, oppure ci si puo’ far rapire dall’eleganza dei molti abiti della principessa indossati nelle varie occasioni mondane: teche apposite illustrano la gloria della celebre Kelly, la borsa che Hermes disegno’ per la principessa e che ancora oggi e’ un must della moda.

Se vi piace il cinema e la musica elettronica l’evento da non perdere domani sera a Mlano e’ DJCINEMA un progetto culturale concepito sotto forma di evento itinerante, dedicato all'esplorazione dei rapporti tra dj culture e cinema, finalizzato a nuove forme di fruizione e produzione culturale. Il progetto propone interventi anti-convenzionali, collegamenti fra ambiti artistici differenti in contesti fruitivi normalmente non dedicati all'esplorazione interdisciplinare. DJCULTURE + CINEMA = DJCINEMA.
Al Leoncavallo di Milano DJCINEMA terra’ un microfestival Numerouno, il cui programma e’ molto interessante:
ore 22 proiezione del film SANGUE – LA MORTE NON ESISTE (Italia/2005, 104’)
regia: Libero De Rienzo.
interpreti: Elio Germano, Emanuela Barilozzi, Luca Lionello, Libero De Rienzo.
in occasione del primo compleanno del film interverranno il regista e la produzione introducendo la visione e mostrando materiale inedito di lavorazione
ore 00.30 sonorizzazione LIVE di MILANO CALIBRO 9 (Fernando Di Leo, 1972)
sonorizzazione: the electricalz
montaggio: DJCINEMA
ore 1 ÷ 6 vj-set cinematico
Nell’organizzazione dell’evento e’ coinvolto Orson di kulturadimazza il che mi pare gia’ una buona garanzia , ulteriori informazioni sul blog dedicato all’iniziativa.
Ancora pochi giorni a disposizione per visitare la mostra che Milano ha dedicato a Tamara de Lempicka e che e’ stata prorogata fino al 18 febbraio 2007.
Forse non un’artista di prima grandezza, interprete assoluta di un breve periodo storico, il deco’, la Lempicka si segnala sicuramente per la forza della propria personalita’: polacca, moglie di un nobile russo, con la Rivoluzione d’Ottobre e’ costretta a rifugiarsi a Parigi e per mantenersi inizia a dipingere, creando l’immagine ideale della donna dei ruggenti anni’20 sia nei suoi quadri, che con la sua vita disinibita, fatta di avventure, droghe alcol ma soprattutto una grande capacita’ di pubblicizzarsi puntando sulla propria bellezza, quasi una Greta Garbo dal labbro superiore imperiosamente spinto verso il basso, segno della sua caparbieta’.
Se alla fine degli anni ‘40 la sua parabola artistica inizia a scemare, Tamara resta una protagonista assoluta del jet set fino alla sua morte, avvenuta in Messico nel 1980.
La mostra milanese si segnala per l’accuratezza con cui segue i vari aspetti della vita della pittrice: numerose le foto, le lettere, i filmati; una sala ripropone l’allestimento della prima mostra italiana di Tamara de Lempicka deciso dalla stessa pittrice. Non mancano le opere di autori coevi o dei maestri a cui la pittrice si e’ ispirata: insomma finalmente una mostra esaustiva che soddisfa lo spettatore, cosa che ultimamente capitava molto raramente nelle mostre milanesi di maggior richiamo.
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