21 grams,
Usa 2003,
con Sean Penn, Benicio Del Toro, Naomi Watts,
regia di Alejandro Gonzalez Inarritu
L’ex galeotto, Jack Jordan, ora fanatico religioso, investe, nel giorno del suo compleanno, un padre con le sue bambine, uccidendoli. Il cuore dell’uomo viene impiantato a un matematico in attesa di trapianto, Paul Rivers. L’uomo sente la necessita‘ di saperne di piu’ del suo donatore finendo per invaghirsi della vedova che sta ripiombando nel tunnel della droga. La donna coinvolgera’ Paul nel suo tentativo di vendicarsi di colui che le ha sterminato la famiglia..
L’ambizioso film di Inarritu-Arriaga e’ in fondo un melo’ noir denso e disperato, complicato dalla struttura decostruita, un continuo gioco di flashback e flashforward che soprattutto nei primi minuti risulta incompressibile e per questo comprensibilmente irritante.
Una scelta stilistica cosi’ marcata e’ discutibile perche’ diventa il centro dell’attenzione del film che pure pone questioni filosofiche non da poco sulla vita e la morte e soprattutto sul senso di colpa che in forma diversa attanaglia tutti i personaggi: dalla moglie di Paul che vuole un figlio dal marito in punto di morte per rimediare all’aborto del figlio avuto da quello stesso uomo in un momento di crisi, a Jack che non sa perdonarsi di non aver avuto il coraggio di soccorrere le persone investite e soprattutto Paul il cui senso di colpa e’ forse piu’ sottile dato che per tornare a vivere (e morire) deve aspettare che la morte colpisca qualcuno prima di lui e la situazione paradossale di chi aspetta un trapianto e’ quella meglio descritta dal film.
A favore della scelta stilistica va detto che favorisce anche un gioco di rimandi cinefili: forse se sapessimo tutta la storia non troveremmo cosi’ romantico il fatto che Paul rimanga folgorato dalla visione di Cristina come se fosse il suo cuore a prendere il sopravvento rimandandoci a quella tematica dell’organo trapiantato che si impossessa del nuovo corpo che ha il suo paradigma nelle quattro versioni di Orlacs Hande, la celeberrima storia del pianista a cui vengono trapiantate le mani di un assassino.
Probabilmente questa e’ una deriva eccessiva e personale della sottoscritta a cui e’ sovvenuto anche l’episodio di Tracce di vita amorosa di Peter del Monte in cui il personaggio della Golino pedina l’uomo a cui e’ stato trapiantato il cuore del fidanzato solo per sentirne ancora furtivamente i battiti. Tutto questo per dire che la decostruzione del montaggio, liberando lo spettatore dalla gabbia temporale, permette un piu’ libero gioco di associazioni e suggestioni, non necessariamente cinefile, ma concernenti agli ambiti piu’ congeniali ad ogni spettatore.
Continua a non conquistarmi questa costruitissima forzata e inutile struttura che Inarritu e i suoi epigoni ci ammanniscono ormai da anni.Di Inarritu ho apprezzato di più il suo corto nell'11 settembre
Scritto da: alp | 24 settembre 2009 a 15:33