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ottobre 2007

martedì 30 ottobre 2007

Elizabeth - the golden age

Elizabeththegoldenage Mi ero persa il primo capitolo della trilogia dedicata alla regina inglese, cioe’ Elizabeth del 1998 perche’ personalmente troppo legata all’immaginario hollywoodiano classico, in particolare alle due imprescindibili (anche per Cate Blanchett) interpretazioni di Bette Davis ne Il conte di Essex (1939) e Il favorito della grande regina (1955): in due film in cui il rigore storico latita la Davis riesce a restituire la furia volitiva di Elisabetta I, figura che dai film di Kapur esce un po’ troppo angelicata.
Questo secondo capitolo mi intrigava per l’episodio dell’Invicible Armada, affascinante esempio del potere del caso sulla storia umana, cosi’ ho recuperato anche il primo episodio.
E’ sorprendente vedere come anche a distanza di quasi 10 anni, ci sia una grande continuita’ di stile tra le due opere che hanno i difetti tipici dei film storici degli ultimi anni anni: grande rigore storico, perfezione formale e ottima fotografia, qualita’ tecniche a cui pero’ difficilmente corrisponde uno spessore emotivo: personalmente trovo particolarmente noioso la rappresentazione degli arrovellamenti di Elisabetta, divisa tra ragion di stato e desiderio di una vita privata.
La novita’ di Elizabeth, the golden age e’ il richiamo al problema attuale delle guerre mosse dell’integralismo religioso: il regista si muove abbastanza abilmente su un terreno cosi’ pericoloso senza forzare di implicazioni negative il furore cattolico di Filippo II, ne’ caricare positivamente la liberta’ di culto che Elisabetta concede, per quanto possibile, al suo popolo anche se quando la regina compare sul campo di battaglia di bianco vestita e con lunghi capelli rossi, perfetta immagine di una Walkiria, scatta subito l’identificazione con l’emblema della cultura occidentale, che combatte per la sua liberta’.
A salvare il film da una banale distinzione manicheista, interviene la chiave di lettura shakesperiana delle vicende storiche: la tempesta che distrugge l’Invincible Armada non e’ casuale, ma come in un perfetto dramma shakesperiano e’ il contrappeso della ubris spagnola che con un sottile lavoro di intelligence aveva simulato un attentato a Elizabetta facendo figurare come mandante Maria Stuarda che per questo motivo viene processata e condannata alla decollazione; la messa a morte di una regina cattolica diventa il pretesto per l’attacco spagnolo all’Inghilterra. Per essere stato il vero artefice della morte di Maria Stuarda (un po’ troppo stronza per i mie gusti, a cui e’ molto cara la Maria di Scozia del 1936 diretta da John Ford ed interpretata da Katharine Hepburn) il Regno di Spagna viene punito dalla collera divina che fa affondare la sua poderosa flotta, mentre risparmia Elisabetta e l’Inghilterra, esecutori materiali della pena di Maria Stuarda.
Notevole l’interpretazione degli attori: la Blanchett e ‘ superlativa e punta decisamente alla palma di migliore attrice sulla piazza, anche Clive Owen e’ sorprendente nel suo richiamare fisicamente Errol Flynn: forse se il film avesse osato una vena ispirata alle commedie sullo scontro tra i sessi nel rappresentare il rapporto tra Elizabeth e il suo pirata gentiluomo il film ne avrebbe guadagnato.

lunedì 29 ottobre 2007

La giusta distanza

Lagiustadistanza La vita in un paesino sul delta del Po vista dagli occhi di un ragazzo poco piu’ che adolescente, Giovanni; quando arriva una nuova maestra, giovane e carina, l’ aspirante giornalista, assiste allo scompiglio che la ragazza, suo malgrado, porta tra gli uomini del paese e che culminera’ con il suo omicidio.

Sembra che il giallo sia la nuova chiave per leggere la provincia italiana, anche se il film di Mazzacurati starebbe in piedi lo stesso senza questo risvolto tanto e’ puntuale la sua descrizione della vita di provincia, di cui descrive con cura la galleria dei personaggi, interpretati ottimamente dagli attori.
Apparentemente la provincia di Mazzacurati vive in quieta integrazione con gli immigrati: il tunisino e’ proprietario dell’officina, la cinese sta al bar, il ricco sborone del paese si e’ scelto una moglie russa via catalogo che ora fa la bella vita; ma gia’ nella storia d’amore tra la maestra e il meccanico tunisino si vedono le crepe di questa apparenza: lui si innamora mentre per lei la storia e’ solo una parentesi esotica in attesa di partire per il Brasile dove l’aspetta un’attivita’ di cooperazione culturale. Intento nobilissimo, certo, ma e’ interessante come Mara trovi, superficialmente, delle analogie tra la sua scelta di viaggiare e l’emigrazione forzata di Hassan.
Quello scarto nel giallo,che arriva effettivamente troppo tardi nell’economia filmica serve solo a svelare definitivamente la precarieta’ di questa presunta integrazione: l’assassino non puo’ essere stato che Hassan, poco importa se le prove della sua colpevolezza sono facilmente smontabili, non interessa a nessuno farlo perche’ rientra nell’ottica del pregiudizio che accontenta tutti: il titolo del film che allude alla giusta distanza che il giornalista deve avere nei confronti di notizie che lo tocchino da vicino diventa quindi metafora di un modo di vivere in cui tutto va tenuto alla giusta distanza, collocato in categorie prestabilite.

lunedì 22 ottobre 2007

italioti

Castellomi02 Ieri sono andata a Milano per vedere la mostra Cracking art, come al solito all’ultimo giorno e se ve la siete persa mi spiace per voi perche’ vi siete persi qualcosa di davvero piacevole e divertente.
Dopo la mostra era praticamente d’obbligo una visita al Castello Sforzesco, con tanto di macchina fotografica e cavalletto per immortalare le luci della sera; sono entrata al castello da un ingresso laterale, quello piu’ vicino alla Fondazione Mazzotta da dove arrivavo. Una volta nel cortile, sulla sinistra di questo ingresso ci sono alcuni reperti marmorei in esposizione e una simpatica combriccola di persone stava usando queste antichita’ come gradino per rialzare la seconda fila nella foto di gruppo, alle rimostranze della custode che ha gentilmente chiesto di scendere perche’ non si puo’ salire sui monumenti la risposta e’ stata “cinque minuti”, al che la custode ha fatto presente che si trattava di tombe e ancora una volta sono stati garantiti solo cinque minuti di vandalismo per finire il reportage fotografico.
I protagonisti di questa gustosa scenetta non era una banda di bulletti usciti dalla suburra, neppure un gruppo di provincialotti “gnurant”: gli abiti eleganti e l’italiano senza accento testimoniavano che non si trattava ne’ di baluba venuti giu’ dai monti con la piena o saliti dal profondo sud, erano proprio dei perfetti rappresentati dell’imperante razza italiota.

venerdì 19 ottobre 2007

Sola me ne vo'

Mariangelamelato02_2 Sono rimasta un po’ delusa dal decantatissimo one-(wo)man-show di Mariangela Melato, che ha inaugurato la stagione teatrale di Alessandria.
Che lei sia molto brava non si discute, e’ lo spettacolo che ho trovato un po’ altalenante: l’inizio e’ geniale con lo scioglilingua milanese “ti ca ta tac i tac, tacam i tac a mi. Mi tacat a ti i to tac? ma tacati ti i to tac, ti ca ta tac i tac” che si trasforma prima in un balletto di tiptap e poi di danza contemporanea ritmato da battiti di mani ed esclamazioni.
La parte sulla solitudine l’ho trovata invece banalotta: mi sono annoiata io a sentire la storia trita e ritrita che gli uomini non sono piu’ quelli di una volta, che si fanno le cerette ecc.. , figuriamoci i poveri spettatori di sesso maschile in sala!
Lo spettacolo mi ha davvero divertito quando la Melato ha raccontato alcuni episodi del suo passato: dalla Fedra coi calzerotti rossi alla pelliccetta di velluto imitazione astrakan: si sentiva la partecipazione dell’artista e la sua grande abilita’ di tenere in mano il pubblico interagendo con chi nelle prime file anticipava sulla pausa il proseguo dell’episodio.
Ho adorato il pezzo sul comunismo e quando si sono spente le luci in sala e tutti abbiamo fatto un lungo silenzio su richiesta dell’attrice, forse il momento piu’ sentito di tutto lo show.
Mi stavo, ahime’, annoiando durante il monologo sull’amore che trovato un po’ di maniera, davvero non riuscivo a partecipare emotivamente e la mia attenzione era concentrata sulla recitazione molto teatrale: pause ed toni ad effetto, quando la Melato con grande signorilita’ ha interrotto il pezzo per l’ennesimo squillo di cellulare che ha funestato lo spettacolo, confessando di aver perso la concentrazione.
Uno spettacolo sicuramente interessante e piacevole, che pero’ non osa quanto avrebbe potuto, forse per soddisfare il grosso pubblico e del resto la tournée di quest’anno ha sempre due date in ogni citta’ e l'altro ieri, alla seconda serata alessandrina, c’era il pienone.

mercoledì 17 ottobre 2007

Dirt

Dirt Il primo pensiero vedendo la nuova serie di la 7, Dirt, va subito alla bagarre Vallettopoli-Corona che ha inaugurato l’estate italiana e ci si rende conto quanto questo paese sia provinciale nel suo perdersi dietro a una questione simile. Ben piu’ duro e’ il gioco al massacro gossiparo che viene mostrato nel telefilm, la protagonista e’ Lucy Spiller interpretata da Courtney Cox, la Monica di Friends che dirige con spietata freddezza due riviste di gossip, una piu’ patinata, Now e l’altra piu’ cattiva, Dirt appunto, dove finiscono tutti i peggio scandali dello star-system e nella prima puntata vediamo un attore in declino disposto a fare da informatore per la rivista spazzatura pur di avere buoni articoli su Now che rilancino la sua carriera.
Il serial ha lo stile patinato e un po’ trasgressivo delle serie cult di La 7: Sex and the city e The L world, ma questo nuovo telefilm sembra trovare un valore aggiunto nel personaggio di Don Konkey, paparazzo infallibile ma segnato dalla schizofrenia ed e’ proprio la rappresentazione visiva delle sue allucinazioni a dare un tocco surreale al prodotto.

martedì 16 ottobre 2007

Planet terror

Planetterror Se Tarantino ha girato un film à la grindhouse, Rodriguez nella sua parte di distico, rispetta molto piu’ il criterio di ricostruzione cinefila e ci restituisce interamente quel tipo di cinema; si parte con un fake trailer esilarante, Machete, che forse diverra’ davvero’ un film oppure no, di certo da solo vale il prezzo del biglietto e ci introduce degnamente nel mondo degli z movie.
Planet terror e’ puro divertimento splatter, qualche stomaco un po’ piu’ debole pare abbia accusato la visione di teste rosicchiate, budella esibite ed altre delizie simili, ma se siete cresciuti col gore anni ‘70-’80 questo film e’ un magnifico tuffo nel passato, grandguignolesco e ironicamente cinico.
La sceneggiatura non sembra essere il punto forte della pellicola, ma piu’ che un difetto oggettivo, io credo si sia trattata di una scelta voluta, che rientra nel recupero filologico del genere che non ha mai brillato per la verosimiglianza delle trame: davvero non posso credere alla caduta di sceneggiatura, se non voluta, di fronte a un materiale dalle battute cattive e fulminanti e cosi’ sfacciatamente ironico (qualche anno fa si sarebbero spese pagine di commento metacinematografico intorno al fatto che il personaggio interpretato da Tarantino, regista culto, venga ferito ad entrambi gli occhi); soprattutto se si pensa all’abile mossa di Rodriguez di aggiornare il topos classico che abbina lo zombie all’omologazione sociale, infarcendo gli eroi che li combattono di puro orgoglio latino, cosa che ha avuto sicuramente un grosso impatto sul pubblico americano, ma che anche da queste parti ha fatto il suo effetto: a me si e’ allargato il cuore vedendo le piramidi maya.

mercoledì 10 ottobre 2007

Povira Barunissa di Carini

Amarocasobaronessadicarini_2

Chiangi Palermu, chiangi Siracusa:
a Carini c'è lu luttu in ogni casa.

A casa mia lu luttu c’e’ da quando ho scoperto che la prossima settimana andra’ in onda il remake di uno dei capolavori degli sceneggiati rai degli anni ‘70 L’amaro caso della Baronessa di Carini chiamato ora La Baronessa di Carini, e secondo me un po’ di imbarazzo c’e’ anche in Rai dato che a meno di una settimana della messa in onda le notizie su questa nuova versione sono praticamente introvabili: il sito di Raifiction non ne fa menzione neppure se si clikka direttamente sul link della fiction nel palinsesto di domenica 14 ottobre.
Cosi’ se si vuole sapere qualcosa di piu’ del cast di questo remake bisogna rivolgersi alla scheda di imdb.

AmarocasobaronessacariniInutile e quasi crudele confrontare questa crew con quella originale ed il mio disdoro non nasce tanto dal vedere Luca Argentero che dal Grande Fratello arriva a vestire i panni che furono di Ugo Pagliai; il dispiacere nasce nel constatare per l’ennesima volta che veri e propri capolavori vengono lasciati nel dimenticatoio.
L’amaro caso della Baronessa di Carini del 1975 e’ stata la punta di diamante dello sceneggiato rai, diretta e scritta da Daniela D’Anza, uno dei piu’ grandi maestri della televisione italiana che andrebbe prima o poi rivalutato. L’autore, basandosi su una leggenda popolare del cinquecento siciliano costruisce una vicenda tutta in crescendo dove all’intrigo giallo si intrecciano elementi gotici.
Ulteriore prova della grande raffinatezza di questo prodotto e’ il prologo in bianco e nero, mentre il telefilm e’ a colori, dove, con uno stile che rimanda a I comizi d’amore pasoliniani, si intervistano i siciliani chiedendo lumi sull’antica leggenda della baronessa di Carini, cornice che pone lo sceneggiato su un piano completamente diverso.
Come ciliegina sulla torta c’e’ poi la famosa sigla cantata in dialetto siciliano da Gigi Proietti, la potete ascoltare qui, magari mentre ordinate i quattro dvd della versione del 1975

lunedì 8 ottobre 2007

Espiazione

Espiazione Sono tra le poche persone che tra un libro e un film preferiscono vedere prima il secondo e poi leggere il primo, per non dovere scontrare il proprio immaginato letterario con l’immagine visiva.
Espiazione e’ uno dei rarissimi casi in cui la mia percezione del romanzo, che avevo letto l’estate scorsa, coincide con quanto mostrato sullo schermo: quell’estate del ‘35 di una ricca famiglia inglese, devastata dai danni causati dalla fantasia galoppante di una ragazzina sulla soglie della puberta’ che teme l’amore e ha una cotta per il ragazzo di sua sorella, io me la immaginavo cosi’, con un atmosfera un po' annoiata fatta di luci calde e naturali.
Mi godevo decisamente soddisfatta un buon spettacolo per il grande pubblico, nonostante la pecca di reiterare le stesse scene per mostrare il punto di vista di Briony e quanto accaduto in realta’ ma rimediava la presenza di una delle scene d’amore piu’ sensuali degli ultimi tempi e la perfezione dei costumi: Keira Knightley che si tuffa con la cuffia sembra la materializzazione di una figurina artdeco’; quando all’improvviso tutto e’ cambiato: quel lungo inserto sulla battaglia di Dunkerque io non l’ho proprio apprezzato e non tanto per la distanza dal romanzo, ma per lo scarto improvviso del film: cambiano totalmente le luci e da un’atmosfera malinconica e naturale si precipita nei colori cupi e bluastri delle scene elaborate elettronicamente, sconcerto che si e’ trasformato in chiaro fastidio per il lunghissimo piano sequenza della ritirata, inutile sfoggio di bravura tecnica e altrettanto inutile compendio della follia della guerra.
Il film poi si riprende nel finale, ma il fastidio provocato da quel borioso inserto e’ irrimediabile.

giovedì 4 ottobre 2007

International Bloggers' Day for Burma on the 4th of October




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martedì 2 ottobre 2007

Piano, solo

Il biopic all’italiana segue fedelmente il modello imperante: ha per protagonista un musicista, che si sa che la musica scalda i cuori e almeno di nome i musicisti li conoscono tutti, prova a girare un film sulla vita di un pittore o peggio uno scrittore e vedi che il pubblico gira alla larga.
Che poi si sa che nella musica sono tutti maledetti e si puo’ rimestare nel torbido e prima o poi una scena “forte” salta sempre fuori in questo caso l’elettroshock (che a me ha fatto lo stesso effetto della rianimazione cardiaca in E.R.: mi distraggo dalla vicenda e mi domando come riescano a simulare cosi’ bene, una scossetta gliela daranno mica? e comunque qui si vedeva che Kim Rossi Stewart faceva finta).
Ma se son questi i motivi che spingono verso il biopic musicale, mi domando perche’ non si trovi il coraggio di buttarsi chiaramente nel melodramma e farci piangere come delle fontane, invece che mostrarci la vita del protagonista dal buco della serratura, bloccando cosi’ l’empatia con il personaggio.
E soprattutto mi domando perche’ se sceglie di raccontare la vita dei musicisti, la musica resti sempre in secondo piano, rappresentata solo come una via di fuga dalla realta’, senza mai prendere in considerazione la sua forza dirompente, e il suo essere un linguaggio particolare con le sue regole e suoi dogmi che a una profana come la sottoscritta continuano a rimanere un affascinante mistero.

Ho scritto di Piano, solo anche su impattosonoro

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